Le parole di Antonella, volontaria in Madagascar

Il riso era pronto per essere raccolto

In Madagascar è di riso che si vive, o non si sopravvive. Lo sanno già i ragazzi che hanno partecipato al lavoro comune, questi giovani che non dimenticheranno, che ho sentito cantare nella fatica, ma sapranno cosa è vita.

 

“E poi all’improvviso, l’Amore scoppiò dappertutto “

Dopo il verbo ‘amare’ il verbo ‘aiutare’ è il più bello del mondo. 

Così le formiche si son messe d’accordo ed hanno spostato l’elefante. 

Il riso era pronto per essere raccolto. 

Le risaie, non potrò più guardarle con gli stessi occhi di prima. 

Io ero le risaie. I miei piedi erano l’acqua color fango che le riempie. Le mie mani erano fasci di rami di riso. Anche il sole era pronto e cocente il giorno in cui abbiamo iniziato il lavoro della raccolta del riso. Di giorni ne son serviti due, ma credo che se ne fossero occorsi di più, avremmo tutti lavorato con lo stesso sorriso, con la stessa energia, con lo stesso coraggio. Eravamo più di cinquanta il primo giorno, cento e forse di più la settimana dopo. Sono uomini e donne e giovani ragazzi che si svegliano una mattina, l’uno prende la falce, l’altra la corda, altri ancora affondano i piedi nel fango ed insieme svestono le risaie. 

Quanto è grande il verde? 

Quanto la forza di un essere umano? 

In Madagascar è di riso che si vive, o non si sopravvive. Lo sanno già i ragazzi che hanno partecipato al lavoro comune, questi giovani che non dimenticheranno, che ho sentito cantare nella fatica, ma sapranno cosa è vita. 

E la vita altro non è che ciò che doniamo. 

Vedo gli uomini chinarsi con la falce e tagliare il riso. Le loro braccia son graffiate dai rami, ma è nelle loro mani il dono offerto, e parte dal cuore. 

Vedo le donne raccogliere i fasci di rami di riso tagliati e piegarsi la schiena a sistemarli minuziosamente per farne un mazzo da trasportare poi su, sopra la testa. Mi vengono alla mente due parole, nate dalla bellezza metaforica della lingua malgascia: mpanao tafolanitra , ‘ Colei che ha come tetto il cielo ‘ . Colei che ringrazia la terra e suda e non teme la fatica. Perché se vuoi mangiare devi prima lavorare. Perché il giorno è bello ed anche Dio è lì che cammina. Siamo tanti, siamo belli. 

Ci sono le novizie ed i novizi e postulanti del Sacro Cuore, novizie e novizie e postulanti dei gesuiti. 

Suore e frati cappuccini. Tra i tanti giovani, il gruppo dell’associazione Miaraka e i lavoratori ed educatori della stessa. Tutti insieme, a lavorare per una visione comune, dove la gioia è condivisione e l’altruismo e la felicità i sentimenti che tutti ci hanno legato. 

C’è Monsieur Bernard , collaboratore e uomo di fiducia dal 1998 della casa di formazione di Suor Mara Amata,. Lu è una fonte di sapere da cui attingere ogni giorno. É Monsieur Bernard che ha costruito le macchine per scorticare il riso dal ramo. Un ‘aggeggio’ , come lo ha chiamato Su Amata, che , tramite una manovella girata a mano, fa muovere delle grosse lame che fan cadere giù o chicchi di riso a migliaia, per terra e suoi nostri piedi. I piedi, il riso e la terra. Qualcuno ha steso i vestiti in più cordoni bassi, fuori dalle loro case, nei loro cortili di terra rossa e polvere. 

C’è un ragazzo che costruisce in pochi minuti un ponticello di legno e lo fa per noi che dalle risaie trasportiamo i fasci più su, attraversando case e cortili abitati. Il suo ponticello ci ha permesso di deviare la strada e facilitarci il cammino, perché ad ogni nuovo trasporto, ad ogni nuovo andare tornare, avremmo dovuto sostenere il peso con più forza e necessario equilibrio, per non incastrare gli enormi fasci sulle corde appese. Mentre ormai tutto il riso è stato raccolto e le macchine scorticano i rami,atri battono il riso sul riso, con le proprie braccia,di modo che tutto quello restante ancora sul rametto, cada a terra su grandi rafie distese per accoglierlo. Vedo per ogni chicco un piatto di riso. Un piatto di riso per ogni uomo. Sembra che nessuno possa più esser povero o affamato, se sei ricco di dedizione e altruismo. Io cado dodici volte dentro le risaie, ma per dodici volte che casco e mi impregno di fango, dodici volte mi rialzo. C’è una novizia, Suor Jacqueline, che non si stanca mai di guidarmi e dirmi: ‘piano piano, piano’ , mentre insieme attraversiamo i piccoli argini e canali che circondano le risaie. 

Sono un luogo di vita, cioè di gioia, di sofferenza e di lavoro. Guardando questi uomini  e queste donne e questi ragazzi, penso che non c’è nulla di più grande del porgere la propria mano e il braccio tutto, nell’offrire la propria solidarietà, nel compiere il privilegio di poter sostenere gli obblighi della vita quotidiana, semplicemente e naturalmente. C’è tale pace profonda, nel verde scompigliato dal vento. 

Le risaie son quadri che mostrano il Madagascar, i cui colori son fatti della gente che le alleva, le coltiva, che le abbraccia, le sostiene. C’era un uomo all’ombra di un albero, seduto, la schiena lungo il tronco. Lui sapeva che quel giorno, per noi il secondo e ultimo di lavoro, la terra era ancora bagnata e molle e difficoltosa per la grande pioggia venuta giù la notte prima. E’ stato lui, il volto velato dall’arco del cappello di paglia, a dirci che esisteva una strada migliore. Una strada più benevola. E ce l’ha mostrata , indicandola con il dito, senza scomporsi dal suo contemplare la terra. 

Quanto è grande il verde? 

La forza di un uomo è la fede in una strada migliore. 

Ed è con L’amore che la si può trovare. 

Antonella, Volontaria in Madagascar.

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