Giugno 2013: nuova missione, nuova lezione di vita

Quando si comincia a parlare di nuova missione inizia la lotta interna tra la ragione che dice “resta a casa, hai delle responsabilità, un bambino, dei genitori non più giovani, poche ferie, pochi mezzi” e il cuore che non parla perché impegnato a controllare una forza invisibileche lo vorrebbe portare direttamente dove vuole andare, nella terra magica tra quei maestri che sono sempre per me i bambini del Madagascar.

di Daniela Zecchi

 

andrambovato_29Eravamo pochi alla partenza, e si sa, in questi casi la frase scontata è d’obbligo, pochi ma buoni. E così effettivamente è stato. Pochi, buoni, molto affiatati e uniti.
Forse perché nessuna era alla sua prima esperienza, ci siamo trovate io, Bruna e Piera sempre in sintonia e pronte -una con l’altra- ad accoglierci nei momenti più duri, con la costante presenza del dott. Francesco a fare da punto di riferimento rispetto al lavoro e alle questioni pratiche, ma anche e soprattutto quando le emozioni, senza più controllo, avevano necessità di essere condivise e socializzate.

 

Abbiamo lavorato tanto insieme a Stella, che conoscete bene e che ormai parla benissimo il malgascio, e a Viviana, un’altra giovane volontaria. Ci hanno raggiunto per aiutarci con i bimbi in programma per gli interventi e hanno portato una ventata di freschezza e allegria.

 

Bruna era un po’ preoccupata all’inizio perché non ha mai prestato assistenza ai bambini in ospedale e non sapeva se sarebbe stata in grado di affrontare la solitudine e il dolore dei piccoli, ma si è resa subito conto di quanta forza hanno queste creature che sono in grado di vivere e superare da sole situazioni difficili ed estreme.

 

Li abbiamo visti arrivare al Preventorio stipati in due Jeep, da cui sono scese 23 persone tra bimbi e adulti, tranquilli e sereni pur dopo 5 ore di viaggio, con sorrisi contagiosi e occhi pieni di speranza.
Si sono presentati agli altri bambini già ospiti della struttura, molti dei quali sulla sedia a rotelle, con uno scambio di tenerissime strette di mano e gesti convenzionali. Dopo pochi minuti erano già una piccola comunità dove tutto veniva condiviso: spazi, carrozzine, canti e cibo, il solito piatto di riso.
Abbiamo trascorso insieme molte ore, alcune spensierate tra canti e balli, altre un po’ più complicate specie quando il dolore, dopo l’intervento, si faceva sentire e silenziose lacrime scendevano dai loro occhi. Molti sopportano il dolore fisico in modo incredibile, anche i più piccoli spesso non versano una lacrima, forse perché abituati da sempre ad una vita in salita, o forse perché l’aspettativa di poter camminare e correre è così grande da trasformare la sofferenza in tributo da versare.
Le loro storie personali sono sempre caratterizzate da situazioni familiari assurde, storie di abbandono, di fame, di sfortuna eppure tutti quanti questi bambini e spesso quelli che incontri per strada perché sulla strada vivono, sporchi magri e probabilmente affamati, hanno sempre la voglia di salutarti e di regalarti un sorriso.

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Mi porto nel cuore Andrea, 4 anni, una piccola guerriera che guida autonomamente la sua sedia a rotelle, spesso allegra, chiacchierona, canterina e vivacissima che, però, quando decide di non parlare o rispondere non c’è nessuno al mondo che la può distogliere dai suoi pensieri.
Rodrigo, educato e gentile che timidamente e con grande garbo mi chiedeva il telefono per rivedere di continuo i filmati fatti a lui e ai suoi compagni di avventura.
Jessica, che tutti ormai conosciamo, dolcissima e felice di avere la sua gamba profumata. Non si può dimenticare il suo braccio che ti circonda, quando la sostieni, che ti fa sentire parte di lei e del mondo intero.
Feno un ragazzino che dovrà sopportare 2 mesi di immobilità con una gamba intrappolata in un rudimentale strumento in legno che dovrebbe servire alla trazione e che ha sconvolto anche il dottor Cimino, credeva di aver visto tanto ma -ha realizzato vedendo Feno- non tutto.

 

Mi porto nel cuore questi e tutti gli altri piccoli eroi.
Mi porto nei ricordi tante immagini che la mente ha registrato. Icone che raffigurano paesaggi di indicibile bellezza, persone fissate in frammenti della loro vita di fatica, di immane sofferenza, di rassegnazione o accettazione, di morte imminente ma anche di speranza e di rara dignità, bambini stesi sui marciapiedi soli o con una mamma poco più grande di loro, e mamme che rovistano nei rifiuti per trovare qualche avanzo e sperare di poter vedere il proprio figlio un giorno in più.

 

pavullo_mostra_6E’ stata dura ancora una volta, ancora di più ed è sempre difficile rientrare nei ranghi in un mondo dove si ritiene di avere dei privilegi innati rispetto ad altri.
Ancora una volta mi porto a casa l’ennesima lezione di vita. Un pezzo di coraggio per tentare di affrontare la vita di tutti i giorni, le difficoltà con lo stesso spirito di chi nella difficoltà ci è nato e ci vive.
Grazie ai miei compagni di viaggio, a Bruna con la sua vitalità, il suo sorriso elargito senza tregua e i suoi tortelloni di zucca molto apprezzati dai nostri padri camilliani, a Piera sempre disponibile e attenta, a Stella e Viviana per la loro carica e il loro entusiasmo, al dott Francesco, sempre pronto ad aiutare chi ha bisogno e senza il quale tutto quanto non sarebbe successo e un Grazie particolare a Colui che fa si che tutto quanto succeda.

 

Sempre sul tema puoi leggere: Giugno: nuova missione per i nostri volontari (clicca qui)

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